330 GT Registry

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 | IO E LA MIA AUTO FERRARI | 330 GT 2+2 (1966)

DALLA MAMMA
Ettore Motolese, auto
sfondo dei trulli di Martina
Franca, con la Ferrari 330
GT ereditata dal padre
Alfonso... ansi, dalla
mamma Clotilde, che era
la Prima Intestataria.

Cavallino da famiglia

Acquistata con la scusa di fare un regalo alla moglie,
è passata di padre in figlio. Che, insieme al quattro fratelli,
trovò in questa GT l'auto adatta a sfogare
la passione
Di Francesco Pelizzari Foto Diego Alto
“Cara, vieni fuori a vedere!”
Cosa?”
“Vieni, dai, non farti pregare...!”
“Uff... va beh, vediamo cosa ci sarà mai...
Una Ferrari!? Di chi è? Cove l'hai presa?

“È tua, te la regalo!”

Questo dialogo, di fantasia, potrebbe avvicinarsi molto a quello che deve essere stato realmente quel giorno del 1966, quando Alfonso Motolese, di Martina Franca, in provincia di Taranto, tornò a casa con una Ferrari 330 GT che spacciò per un regalo alla moglie, Clotilde: «In effetti nessuno di noì ci credette proprio -racconta oggi il figlio di Alfonso, Ettore-. Compresa mia madre, che non era del tutto sprovveduta in fatto di automobili e si rendeva conto che una Ferrari a 12 cilindri non era esattamente l’automobile più semplice da usare per una donna. E poi c'’era anche un altro piccolo dettaglio non trascurabile».
Quale?
«Di cinque fratelli che siamo, dalla 330 scendemmo in
tre...».
E quindi?
«Eravamo tutti appassionati di automobili -ricorda Ettore-, quindi andammo in pellegrinaggio a Maranello per ritirare la macchina e gustarci il primo viaggio con la Ferrari nel ritorno. Ciò significava che sotto sotto gatta ci covava, e che noi e nostro padre avevamo cospirato... Naturalmente mamma mangiò subito la foglia.»
Non c’era un concessionario in Puglia?
«Si, a Bari, ma per noi andare a Maranello era un sogno. E c’eravamo già stati per prenotarla, qualche mese prima. Fummo ricevuti dal Commendatore, fu quasi come andare dal Papa.»
Come fu l’incontro con il “Drake”?
«Molto emozionante, io poi ero un ragazzino avevo circa sedici anni, ma anche piacevole. Visitammo la fabbrica, che all’epoca era poco più che una grande officina. Ferrari sembrava un patriarca, come si muoveva, come parlava. Aveva un carisma tutto particolare. Ci diede una foto autografata.»
E dopo?
«Tornammo circa quattro mesi dopo a ritirare la 330 e la sera ci fermammo a dormire al famoso albergo Fini, che era una sorta di ritrovo di ferraristi e appassionati in genere. Il mattino dopo partimmo per tornare in Puglia, dove arrivammo al pomeriggio.»
Come fu il viaggio? Veloce, immaginiamo, ma anche non comodissimo...
«Bellissimo, e veloce, sì, anche se la macchina era in rodaggio ovviamente. Al momento della consegna ci dissero di non superare i 180 km/h... Io l’avrei fatto anche nel bagagliaio, ma comunque i posti dietro pur se piccoli e un po’rigidi, erano abbastanza accoglienti per un ragazzino...»
Torniamo alla mamma: con sei uomini in casa crediamo non avrà avuto molto da ridire per questo “regalo”?
«No, infatti -conferma Ettore-. Oltretutto mio padre aveva sempre avuto auto sportive o brillanti: un’Alfa Romeo 1900 Super, una Fiat 1100 TV, quasi tutte le Giulia più prestanti, la Quadrifoglio, la GT... Noi figli spingemmo per l’operazione, ma in mio padre trovammo una resistenza molto morbida. Mia madre, invece, quando vide la 330 rimase piuttosto perplessa.»

SECONDA SERIE
La Ferrari 330 dei Motolese conserva le sue belle targhe nere originarie, con la provincia Taranto. Sotto, il frontale è quello della “seconda serie”: nel 1965 si passò dai fari sdoppiati a quelli singoli. La vista di tre quarti posteriore è la più accattivante. Nell’abitacolo c’è abbondanza di pelle e radica: queste GT furono volute da Ferrari per attirare la clientela più facoltosa, fatta di capitani d’industria e professionisti, che volevano prestazioni e comfort insieme. Per questo c’è anche il condizionatore d’aria. | posti dietro sono abbastanza sfruttabili.

EVOLUZIONE DEL CONCE'ITO
Con il motore 4 litri da 300 CV e il passo aumentato di 50 mm, sulla 330 GT 242 trovava compimento e maturazione il nuovo filone delle Ferrari “familiari’’-', cioè a quat
tro, posti, inaugurato con la 250 GT 2+2 del 1960. Modelli sportivi ma con dotazioni più specìficamente dà gran turismo e lussuose, come il condizionatore d’ aria e la pelle Connolly sui sedili. Se sulla 250 i due posti in-più furono ottenuti spostando in avanti il motore, sulla 330 si aumenta anche il passo per migliorare l’abitabilità de| passeggeri posteriori.
La linea in entrambi i casi è di Pininfarina, che sulla 330 ° sfrutta l'esperienza della 275 adottando alcune soluzioni simili, come i gruppi ottici posteriori e gli sfoghi d'aria dietro le ruote anteriori. L
I fari anteriori invece sulla “prima serie” sono sdoppiati, poi diventano singoli dal 1965, quando i cerchi a raggi Borrani sono sostituiti da ruote in lega leggera dal bel disegno moderno, che vediamo montati anche sulla vettura di queste pagine.

LEGA LEGGERA
Sotto, gli sfoghi d'aria calda dal motore, dietro le ruote anteriori, sono un segno distintivo di questa Ferrari.
Bellissimi i cerchi in lega leggera con gallettone centrale.

Ma una Ferrari è una cosa diversa, fu un bel salto, no?
SÌ, ma non fu un salto nel buio. Qualche anno prima avevamo usato per un po' di tempo una 250 Europa. Da noi c'era una base Nato e un ufficiale aveva questa macchina che non portò con se al momento di trasferirsi, La lasciò a un meccanico della zona che la prestò a mio padre.»
Insomma, sua madre la usò o no?
«Praticamente mai, ci saliva a fianco di mio padre. Lei non era appassionata come noi, in più la Ferrari obbiettivamente metteva di fronte ad alcune difficoltà, in particolare lo sterzo e la frizione pesanti in manovra e a bassa velocità. C'’è da dire però che la frizione siffatta costituisce un aiuto a evitare di bruciarla, perché 1l piede sì solleva quasi da sé...»
Lei però l’ha usata spesso, come faceva anche suo padre?
SÌ, io l’ho guidata quasi quotidianamente -conferma Ettore-, anche se ha soltanto 55.000 chilometri al momento. D'altra parte sia mio padre sia io l’abbiamo usata soprattutto per i trasferimenti da una città all’altra. lo ho lavorato a Roma per molti anni, e tuttora da Martina vado là una volta la settimana.»
Sempre in Ferrari?
No, adesso la uso molto meno, per qualche raduno per lo più. Îl traffico è cambiato, e poi oggi queste macchine bisogna tenerle strette perché sono diventate ancor più appetibili di un tempo. Anni fa ci andavo anche al mare, da Roma a Sabaudia, la parcheggiavo tranquillamente sulla litoranea, oggi non la lascerei più.»
Dunque non ha subito grossi interventi?
«A parte quella ordinaria no, escludendo la sostituzione delle marmitte. Tutto il resto è originale, a partire dalla vernice. Noi ovviamente l’abbiamo sempre tenuta con grande cura, abbiamo ancora tutti gli accessori originali, le borse degli attrezzi, il porta documenti in pelle con il Cavallino eccetera. »
Cosa le piace di più di questa Ferrari?
«Il motore, naturalmente: oltre a essere potente è anche molto elastico, ha una gran ripresa. Credo sia stata la dote che convinse mio padre a usare il pretesto di mia madre per fare il grande passo, dopo averlo provato sulla 250 Europa... Oltre al motore, però, ci sono anche il condizionatore d’aria che è una bella comodità, necessaria, peraltro, perché il 12 cilindri scalda parecchio in estate. E in generale è una macchina comoda, per i due davanti. E se è impegnativa a bassa andatura, quando si può allungare è piacevolissima e ancor oggi può mantenere medie di tutto rispetto, limiti permettendo.»
Quando iniziò a usarla lei?
«Nel 1974, dopo che era mancato mio padre e l'auto era stata ferma per quasi due anni. A tutta prima infatti non mi ci ero avvicinato, non è stata una cosa immediata.»
Nonostante la comune passione?
«Sì, evidentemente ho dovuto lasciar sedimentare la mancanza di mio padre.»
Era stato suo padre a trasmetterle la passione?
«Direi di , era una cosa che avevamo in comune. Andavamo anche a vedere le gare, comprese quelle lontane come la 1000 Chilometri di Monza o il Gran Premio di Monte-Carlo.»
Con la Ferrari?
«Anche, certo. I viaggi erano piuttosto rapidi.»
Oggi la usa ancora?
«Si, anche se poco. Ci faccio qualche raduno, in estate, e ogni tanto la uso per andare a trovare gli amici. La uso però soltanto quando sono sicuro di poterla ricoverare in un posto tranquillo, che sia sorvegliato O chiuso. I tempi sono cambiati.» 

RIELABORAZIONE
Nella vista posteriore si nota come la Ferrari 330 risponda a canoni stilistici consueti nei coupé dell’epoca, ma rielaborati da Pininfarina con la consueta abilità. In basso, il V12 di 4 litri (cilindrata unitaria 330 cc) e i vari manuali conservati dai Motolese.